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I disegni di Stefano Ricci per la Stagione Opera aperta

UN DIALOGO TRA SEGNO GRAFICO E SPAZIO TEATRALE
Stefano Ricci firma con le sue opere l’universo visivo della Stagione 2026/27 dei teatri ERT, declinate città per città.

«Il filo rosso che attraversa questa sequenza di disegni nasce, per me, proprio dal titolo della stagione, Opera aperta. Penso infatti che un’opera diventi davvero “aperta” nel momento in cui riesce a mettersi in ascolto di tutte le forme di vita. È da questa idea di ascolto che deriva la presenza del microfono in ogni disegno: un oggetto concreto, funzionale, presente nel teatro, direi soprattutto da Carmelo Bene in poi.

Tutto è nato da un’immagine: il primo disegno è il ficus che ho in casa e che mi è stato regalato; in casa ho anche un microfono, e una mattina mi sono accorto che si trovava ad alcuni metri di distanza dalla pianta, e, per una prospettiva felice, il microfono si trovava proprio in linea con una foglia che si spostava verso la luce e sembrava che fosse proprio lì per registrare, per ascoltare, per diffondere. Un suono che arrivava dal ficus. 

Quando disegno non seguo mai un’idea, ma delle immagini; in questo caso l’immagine della pianta che amo profondamente e che guardo continuamente. Dall’ascolto prodotto dalla posizione del microfono verso la pianta, mi è venuta in mente una concatenazione di altre immagini e le ho appuntate tutte, molto rapidamente, molto naturalmente. Ho portato il ficus in studio e ho provato a disegnarlo.

Il secondo disegno è una donna con attorno una luce rosa: una musicista anziana che tiene tra le mani una tuba.

È una fotografia che ho ritagliato da un giornale settimane fa. Non ricordo purtroppo chi fosse questa musicista. Io suono la tuba e ne ho una in studio, è una tuba di Bombay e avendola suonata tante volte, avendola davanti agli occhi, ne ho nelle mani la fisicità, il peso. Forse anche per questo mi aveva colpito molto l’immagine di questa donna, la sua fierezza, quella che mi sembrava di leggere nella sua postura, e l’ho disegnata. La tuba è un’architettura, che deriva da quella meravigliosa dell’orecchio, fatta per spirali. La sera ero esausto e non sono riuscito a finire di disegnare il volto, ho lavorato sul fazzoletto che le copre i capelli, ma non avevo l’energia per andare avanti e mi sono detto: “lo faccio domattina”.
Quando sono tornato in studio e ho visto questo volto vuoto, mi sono ricordato di alcune immagini in un libro molto bello, quasi uno studio antropologico, che raccoglie testimonianze sui carnevali arcaici nel Mediterraneo. In molte tradizioni – in Sardegna, in Corsica, in Grecia e nei Balcani – ritorna infatti la figura di una donna anziana con il capo coperto da un fazzoletto e il volto nascosto da un velo bianco. E ho pensato che forse andava bene così. 

Il terzo disegno, su un fondo azzurro, è una testa rossa: un ragazzo etrusco che desideravo disegnare da molto tempo. Sul mio tavolo, da quando ho iniziato a vivere disegnando.

In realtà l’ombra ha il corpo di un adolescente, un corpo filiforme come un giunco, un po’ piegato anche dal vento con le gambe che si flettono un po’. Giacometti ha studiato molto l’ombra etrusca e anch’io. È per me una figura molto enigmatica, per gli etruschi era una divinità che proteggeva le persone che si trovavano ancora sulla strada, i viandanti e le viandanti al crepuscolo, che non erano ancora tornati a casa e che si trovavano fra due pericoli. Infatti la parola crepuscolo in alcune lingue europee, in francese, in tedesco, in italiano antico, ha la stessa espressione: fra il cane e il lupo, fra il giorno e la notte. Questa condizione da sempre mi è sembrata quella degli artisti, delle artiste, di chi sta cercando di tornare a casa. L’ombra del ragazzo etrusco rappresenta anche la storia, la nostra radice culturale. L’Emilia-Romagna, dove si trovano tutti i teatri di ERT, è una terra etrusca; e quindi il microfono è in ascolto della nostra radice culturale. Io così l’ho intesa.

Il disegno successivo è una donna su fondo rosso che si copre la bocca con la mano mentre canta la zaghrouta, canto femminile praticato in tutto il Medio Oriente.

La prima volta che l’ho ascoltato è stato durante una cerimonia matrimoniale nei territori saharawi, nel deserto dell’ex Sahara spagnolo. Ero con Mario Martone che mi aveva invitato a disegnare i titoli di testa e di coda per un film molto bello, Una storia saharawi. Il canto mi aveva molto impressionato, ma la donna che ho disegnato è Masa Omar, una performer palestinese che vive in Cisgiordania e che ho conosciuto qualche mese fa. È stato un incontro molto intenso, il suo racconto l’ho portato con me. 
Ho conosciuto Masa Omar, artista e attivista palestinese, attraverso alcune amiche che hanno fondato l’associazione Bologna for Palestine – per cui è stato originariamente creato questo disegno – e con cui ho iniziato a collaborare disegnando manifesti e curando la grafica per i concerti, video installazioni, proiezioni di artisti palestinesi per le loro micro tournée in Italia. Dopo le manifestazioni dello scorso settembre e ottobre, questa rappresenta per me l’opportunità di collaborare con un’organizzazione che ammiro profondamente. 

Il disegno verde acqua, è una donna bagnata da una luce bianca, con i capelli che le coprono quasi il volto, mentre tiene tra le mani due braccia scure di un manichino, come in un gesto teatrale.

Tra i disegni è forse uno dei più espliciti a livello teatrale. Lei è Sabine Salamé, musicista e poetessa libanese, di cui ho ascoltato una canzone e, nel video che lei ha girato, si manifesta un manichino verde scuro, verde bottiglia e nero che suona alla sua porta.
È chiaramente un’intrusione, un’invasione del suo spazio. Lei interagisce in modi diversi con questo manichino, all’inizio con gesti umani, anche innocenti, poi però trascina l’invasore fuori, in una spianata, e letteralmente lo fa a pezzi: c’è un punto in cui muove e gioca con le braccia, con quello che resta di questo invasore. Per me è un’attrice con queste braccia, e così ho cercato di disegnarla. Anche questo lavoro è stato realizzato inizialmente per Bologna for Palestine.

L’ultimo disegno è una bambina su fondo blu notte che ha due luci, una in spalla e una in mano.

Insieme ad alcuni amici, il 25 aprile sono andato a Casola Valsenio, dove c’è una sfilata di carri allegorici che non conoscevo, con delle costruzioni alte 7-8 metri, vere e proprie architetture teatrali effimere che sfilano molto lentamente accompagnate da una musica, mentre vengono letti testi bellissimi. E, nell’ultimo carro, c’era questa bambina. Aveva dei lanternini luminosi di forma per me complicata, e da subito li ho visti invece come delle forme semplici e cosmiche, delle sfere, delle bolle di luce. Lei era bellissima e immobile, c’è stato un momento in cui guardandola ho sentito una forte empatia per lo sforzo che lei stava facendo, per il suo silenzio e per il fatto che reggeva queste luci. Disegnandola ho desiderato tanto che in lei, in questo singolarissimo sorriso unico che aveva, ci fosse anche una forza, un suo stare, capace di produrre potenza. Quasi come una piccola dea».

Stefano Ricci