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Troiane

A proposito di questo spettacolo

“Dobbiamo alzare lo sguardo, sollevare la testa e provare ad andare oltre la tragedia: non andrà tutto bene, ma andrà tutto secondo un bene misterioso che noi cerchiamo di indagare.”

Il regista Adrea Chiodi, con la collaborazione della drammaturga Angela Demattè, rilegge uno dei più grandi capolavori del canone occidentali: la grande epopea degli sconfitti troiani

Uno spettacolo che va al cuore dei grandi temi che attraversano la storia e il pensiero della civiltà europea che mai come oggi risultano così vicini ai tempi che stiamo vivendo.
Centrali sono il rapporto tra essere umano e destino, il lutto e il compianto, i legami familiari e tra generazioni che eventi enormi e dolorosi travolgono, lasciando chi resta nello smarrimento e nella affannosa ricerca di un senso.

Grazie al talento immenso di Elisabetta Pozzi e ad un cast di straordinari attori e attrici come Graziano Piazza, Federica Fracassi, Francesca Porrini e Alessia Spinelli, riscopriamo che il senso di vicende luttuose e amare si può ritrovare e superare collettivamente a teatro, nel racconto corale che schiude emozione e riflessione.

 


Note di drammaturgia
Come si può oggi rappresentare una tragedia dopo averne vissuta una ma senza averla vista, senza aver compianto i morti, in altre parole, dopo aver avuto di essa solo un simulacro virtuale? Vite umane ridotte a tamponi, incertezza sull’importanza di parole come: carità, gesto, affetto, compianto, rito, vicinanza. Paura della morte. Ma è nel sentirsi mortale che l’uomo diventò umano molte migliaia di anni fa: inventò parole, gesti e riti che potessero dialogare col mistero. Nel dire questo ci sentiamo come Cassandra, eppure continuiamo ad urlare: l’uomo dentro è bestia e angelo, testa e visceri e bisogna fidarsi che la parola si aggrappi da qualche parte e prima o poi diventi carne. Eppure anche noi artisti abbiamo acceso il reale per sorbire la tragedia per essere sicuri che da qualche parte qualcuno consumasse al posto nostro il calice del dolore. Qualche volta ci siamo quietati. Perché non era nostra la responsabilità, non potevamo fare niente. Siamo stati bambini obbedienti. Con la voglia di essere incoscienti. Cosa potevamo raccontare?

Quel che vuole l’autore, il pubblico, il teatro è che vada avanti la storia: perché si dica chi è il cattivo e ci si liberi dal male. Da quando Omero scrisse “del pelide Achille l’ira funesta” la fama funziona, la bellezza funziona, ma se uno ce l’ha, infiamma l’invidia e dunque accade che sia sterminato. La trama perfetta della storia d’Occidente. Ma c’è qualcosa di nascosto da trovare in quei resti di parole sacre che Ecuba pronuncia: questa ricerca è il nostro estremo tentativo di guardare quel che siamo oggi.

Angela Demattè

Note di regia
Ogni essere umano ha dentro di sé il seme del male. Un potenziale di violenza emerge dal lato oscuro di noi stessi e ci spinge continuamente a cercare il potere — a volte il potere assoluto — la sopraffazione dell’altro, e la tragedia entra nelle case sotto forma di letteratura, di immagine, di cosa lontana. Ma la tragedia vive presente sotto forma di accadimenti reali, di morti giornalieri, di presente contemporaneo. La tragedia antica ci ha insegnato tutto ma sembra non averci cambiato. Quelle immagini antichissime hanno rimbalzato continuamente nei secoli fino ad ora mentre io scrivo e voi leggete: figli strappati alle madri, morti insepolti e portati via, sete di potere, lotta per il potere… persino Amleto si interroga su questo persistere del significato della tragedia, e proprio di Ecuba: “Che cos’è Ecuba per lui, e lui per Ecuba perch’egli possa piangere ancora così?”. Perché possiamo piangere ancora così? Forse Euripide lo sapeva bene, conosceva il cuore tragico della sorte umana, sapeva che l’uomo nasce crudele, nasce per soffrire.

Ma se vogliamo trovare uno spiraglio, un fiato di speranza io la ritrovo in quell’inizio di Ecuba in cui la regina dice: “Dobbiamo alzare la testa…”. Ecco, dobbiamo alzare lo sguardo, sollevare la testa e provare ad andare oltre la tragedia, non andrà tutto bene, ma andrà tutto secondo un bene misterioso che noi cerchiamo di indagare. Partiamo da Troiane di Euripide per interrogarci sul senso del tragico, sul senso del male che entra nella nostra vita, nelle nostre case.

Andrea Chiodi

Durata: 80 minuti 

Dati artistici

da Euripide
adattamento e traduzione di Angela Demattè
regia Andrea Chiodi
con Elisabetta Pozzi
e con Graziano Piazza, Federica Fracassi, Francesca Porrini, Alessia Spinelli

scene Matteo Patrucco
costumi Ilaria Ariemme
luci Cesare Agoni
musiche Daniele D’Angelo
produzione Centro Teatrale Bresciano

assistenti alla regia Francesco Biagetti, Cristina Garavaglia, Daniel Costa De Sousa
direzione tecnica Cesare Agoni, Edwige Paulin
direttore di scena, capo macchinista Nicola Pighetti
programmazione luci Danilo Raja
elettricisti, fonici Marco Renica, Marco Gavezzoli
scene realizzate nel laboratorio del Centro Teatrale Bresciano
responsabile della costruzione Michele Sabattoli
macchinista costruttore Pierangelo Razio, Gianluca Treccani
trucco, parrucco e sartoria Bruna Calvaresi
ufficio stampa e comunicazione Veronica Verzeletti, SabrinaOriani

foto di Masiar Pasquali