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Stagione 2019/2020

Il cartellone di questa nuova Stagione di ERT Fondazione ci offrirà l’opportunità di continuare a decifrare la complessità dell’oggi da quello speciale osservatorio che è il Teatro. Nello specifico, dopo aver indagato le idee di tempo e spazio, ci si interrogherà ora sul valore e sulle conseguenze dei momenti di cambiamento e metamorfosi, a partire dall’epocale svolta che abbiamo vissuto ormai due decenni fa lasciandoci alle spalle il Novecento…

Bye bye Novecento?

Tragicommedia del ‘nuovo-che-avanza’ in un prologo e ventitré atti

Prologo
C’era una volta: il ‘nuovo’…
Tra le pietre miliari che punteggiano il lungo cammino della drammaturgia occidentale dall’antichità ad oggi, difficile non (re-)citare l’imperiosa e lapidaria presa di posizione di Creonte scolpita in esergo all’Antigone sofoclea: «Ora questi due decreti ho insieme dettato per i due figli nati da Edipo. Eteocle, caduto combattendo per questa città, valoroso su tutti, sia deposto nel sepolcro e celebrato con tutti i riti che spettano ai morti eccellenti. Il fratello, invece, del suo stesso sangue, Polinice dico, che, tornato da esule, voleva dalle radici bruciare la terra dei padri e gli dèi della stirpe e cibarsi del sangue fraterno, e renderlo schiavo, costui rimanga insepolto e che nessuno lo pianga, così che sia dolce banchetto agli uccelli e ai cani, obbrobrio alla vista». Nel ventre oscuro del tempo, l’editto promulgato dal sovrano dell’infelice città di Tebe suggella una svolta cruciale nei costumi degli uomini: l’irruzione violenta e sanguinosa del ‘nuovo’ sulla scena del vivere civile; un ‘nuovo’ (monstrum mai visto, eccezione di cui non si ha esperienza) elevato per di più a ‘sistema’ ed ‘ordine’ della πόλις. Gli γραπτα νόμιμα – leggi senza tempo della consuetudine, prerogative del γένος e di origine divina – sono superati dal νόμος δεσπότης – decreto sovrano, di origine umana. È uno strappo violento, quello di Creonte; lo spalancarsi improvviso di una falla vertiginosa da cui, nel suo stesso aprirsi, erutta impetuosa, sotto un cielo cieco, la lava incontenibile della storia, fiume incandescente, di diversa e discontinua portata, alimentato da quel ‘nuovo’ che, sempre, implacabile, accade. D’altronde, come sosteneva Valéry, gli studi storici non sono forse «la scienza delle cose che non si ripetono»?

Atti I-XXIII

L’epifania del ‘nuovo’
Sulla scorta di quella incerta condizione esistenziale di trasformazione cronica (o se si preferisce di liquidità permanente) che oggi siamo costretti a vivere (variamente ascrivibile al paradigma della ‘precarietà’), l’impero del nuovo può agevolmente trascorrere dalla promessa del riscatto alla condanna inappellabile alla crisi. Ancora una volta Žižek docet: per il filosofo sloveno, infatti, i «tempi interessanti» che si profilano al nostro orizzonte, o che forse già abitiamo, gravidi di promesse, sono «periodi» nefasti «di irrequietezza, guerra e lotte per il potere».

Se è dalla messa a fuoco dell’idea di moderno che dobbiamo partire, dopo il prologo sofocleo in tragedia, il sipario della nuova stagione ERT non potrà allora che levarsi su quel caravaggesco teatro delle meraviglie che è la scena antirinascimentale a cavallo tra Cinque e Seicento; prova generale del XX secolo a metà tra dramma luttuoso, dramma giocoso e pantomima di fantocci. Variamente interrogato, travestito, trasposto, adattato e violentato a partire dal nostro oggi, il sempiterno Shakespeare potrà dunque esserci guida nella ricognizione della nascita dell’homo novus moderno, roso dal dubbio e dall’incertezza come Macbeth, desideroso di affermarsi e divorato da ciò che lo precede in guisa di Romeo e Giulietta, smarrito in un universo labirintico di cui ha perduto la mappa, fitto e intricato come la «selva selvaggia» di Arden…

Atto dopo atto, di spettacolo in spettacolo, tappa successiva sarà poi lo studio  di quella profonda faglia di discontinuità che scava la soglia del secolo scorso. La folle rincorsa che, in caccia del ‘nuovo’, precipita nel giro di trent’anni il can can della belle époque, coi suoi lampi d’avanguardia minando definitivamente l’architettura dell’intero Occidente;  il doppio capovolgersi dell’estenuato ed estenuante mito della finis Austriae nella forse resistibile marcia trionfale del Terzo Reich, sceneggiati a specchio da Canetti – con schianto finale costato la vita a cinquantacinque milioni di vittime nella sola Europa; la deflagrazione violenta dell’utopia della rivoluzione, ai piedi delle mura rosse del Cremlino, rintracciabile al fondo dei sogni spezzati di Majakovskij.

Parallelamente, la saga del moderno scandita nel catalogo delle produzioni ERT 19-20 non potrà poi tralasciare di ripercorrere l’avventura di quei pensieri, che a partire dall’antichità classica e dai suoi  remoti e vicinissimi Maestri, passando attraverso la fondazione del razionalismo cartesiano e le mascherate esotiche e stranianti della fantascienza libertina in statu nascendi di un Cyrano de Bergerac, fissano il perimetro e criticano l’idea stessa di ‘nuovo’ per arrivare infine a cantarne le paure, i desideri, le aspirazioni qui ed ora.

Hello and good-bye… Dal sorgivo zampillare della storia allo scoppio della catastrofe nucleare, nella nuova stagione ERT, in una irrisolvibile dialettica di apoteosi e fallimenti, di splendori e miserie, il multiforme dispiegarsi del ‘nuovo’ mena dunque dritto dritto al cuore del XX secolo, alla Sfinge impassibile e crudele del Novecento – mirabile compendio di ogni progresso e impenetrabile buco nero di qualsivoglia palingenesi. Sì, perché all’apice della sua glorificazione è l’idea stessa di novità a entrare in crisi proprio nel Novecento. In questo secolo estremo e ‘novissimo’ ad un tempo, infatti, che ci ha scavato sotto i piedi gli abissi della psiche e ci ha sparati sulla luna, che ha inventato la relatività generale e ha gasato, sgozzato cancellato e fatto a brani – tra campi di concentramento e arcipelago gulag – decine di milioni di persone per igiene razziale o censura del pensiero dissidente, che ha scoperto la penicillina e si è imbattuto nell’AIDS, si sviluppano campi gravitazionali di pensiero di tale inusitata potenza da arrivare a torcere l’idea ormai divenuta dominante di ‘nuovo’, fino a farla collassare su se stessa portandola al punto di non ritorno: esemplare in tal senso l’acuto e serrato processo al razionalismo modernista, intentato da Theodor Wiesengrund Adorno e Max Horkheimer nella loro ormai celeberrima Dialettica dell’illuminismo.
Non è dunque un caso che allo spirar del Novecento prenda corpo il fatidico mito dell’uscita dalla storia. L’estasi di un presente assoluto che non conosce altro da sé.

Ma proprio a petto di questo secolo paradossale che ha spinto alle estreme conseguenze il paradigma della trasformazione fino a portarlo a negare se stesso, che spazio di novità resta per noi? O ancora: oggi che il nuovo millennio è ormai giunto alla sua maggiore età, acquisendo financo il diritto di voto, che fine ha fatto il Novecento? Tali quesiti non sono certo di poco conto se li si assume nella loro radicale portata perché arrivano a mettere in questione i fondamenti del nostro io. Il nostro essere ‘altro’, sulla base di cosa si misura? Come noi oggi costruiamo la nostra identità originale, sullo sfondo del paesaggio che ci precede? Che lascito ci ha trasmesso il Novecento?

A diciannove anni dal suo spirare, ci siamo davvero liberati delle sue minacce, delle sue maledizioni, delle sue tentazioni, delle sue speranze, dei suoi crimini e delle sue vittorie?

È stato davvero il «secolo breve», nato quattordici anni dopo la sua genesi e morto undici anni prima di finire, o è un secolo lungo lunghissimo che in forme striscianti e vischiose, impastate di inerzia e di viltà, di smemoratezza e di ignoranza, ancora si ostina, tenacemente, a non lasciarci? E voltandogli le spalle, che futuro ci aspetta? Per noi così restii a fare i conti radicalmente con qualcosa o qualcuno, dunque, fare i conti con noi stessi, oggi, è un po’ fare i conti con il Novecento. Hello and good-bye, si diceva…

In un lento scivolamento dalla sociologia alla morale e alla politica, sui palcoscenici ERT del prossimo anno l’esame di coscienza del ‘cambiamento’ approda infine – forse – alla sua (psico)analisi e spostandosi sugli incerti territori di confine che ben si addicono all’inconscio, sospesi tra mito e storia, incontra la famiglia, quello spazio intimo e misterioso dove il manifestarsi del ‘nuovo’ fa tutt’uno con il parto e il suo prender forma si consuma, attraverso i figli, nello scontro generazionale. Una strana lotta tra età (o lotta di classe) combattuta nel segno del P/padre o della M/madre – da uccidere e da amare; da comprare e vendicare…

O forse, semplicemente, da venerare, come Dio.
E l’Antigone da cui si son prese le mosse si ribalta infine in un Edipo. Ben lo sapeva il saggio: «La fine è nel principio, eppure si continua…»

Codicillo (napoletano) a mo’ di epilogo scaramantico
Il sugo della storia? È presto dispensato (cantando):

Buonanotte, buonanotte…
Chi ha detto che la notte è buona?
Su nota finale si metta corona
Do……………

 

Direttore Emilia Romagna Teatro Fondazione
Claudio Longhi

Crediti:

Veduta di Parigi durante l’Esposizione Universale con al centro la Tour Eiffel. Archivi Alinari, Firenze

Seconda Guerra Mondiale: esplosione della prima bomba atomica a Hiroshima, il 6 agosto 1945. Granger, NYC/Archivi Alinari

Astronaut on lunar (moon) landing mission. Elements of this image furnished by NASA

La folla sosta sul Muro dopo la caduta del Muro di Berlino. Pladeck Michael/Interfoto/Archivi Alinari

World Trade Center behind Statue of Liberty. Photo Joseph Sohm. Photo-editing Riccardo Frati