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Stagione 2020/2021

Guardando al presente attraverso la lente delle fiabe, la stagione 2020-21 di Emilia Romagna Teatro indaga paure, aspettative e sogni del nostro tempo segnato da continui sconvolgimenti, cercando di mettere ordine, comprendere ciò che accade, e aprendo una riflessione condivisa su alcuni temi cruciali della nostra attualità e dell’etica contemporanea: il rapporto della specie umana con l’ambiente, il ruolo della scienza nella percezione della realtà e nell’evoluzione, la funzione dell’informazione e il problema delle fake news, l’intervento della finanza negli assetti sociali globali e il fenomeno delle migrazioni. Cinque figure del nostro immaginario fiabesco diventano le immagini guida, le icone grafiche di questa stagione: Cappuccetto Rosso, Mago Merlino, Pinocchio, Robin Hood, Alice.

Una volta, c’era… ovvero fiabe per cambiare il pianeta

Poco più di un anno fa, la stagione 2019-2020 di Emilia Romagna Teatro Fondazione era nata sotto l’egida di un interrogativo pesante: il Novecento – il secolo di due guerre mondiali, della Shoah, di due bombe atomiche, dei regimi totalitari, delle esposizioni universali e dell’allunaggio, della minigonna e della liberazione sessuale o della fine della storia – a poco meno di vent’anni dal suo tramonto poteva dirsi davvero concluso? Dopo aver esplorato la dimensione del tempo e dello spazio, la nostra ricognizione dei “tempi interessanti” datici in sorte era approdata, infatti, alla notomia del concetto di azione, in quanto produzione del nuovo, in quanto momento capitale di fondazione dell’identità a partire dallo scostamento dall’esistente. Di qui, appunto, la densa interrogazione sulla effettiva novità del XXI secolo. Bye bye Novecento? – cantavamo per raccontare la nostra nuova stagione, facendo il verso agli Everly Brothers o ai Beatles… E poi?

Poi – d’improvviso – tutto è cambiato…
Domenica 23 febbraio 2020. I cieli alti, azzurri e profondi della Francia del Nord, i tetti spioventi di Hallencourt, l’ardesia, le fabbriche, la disperazione di una classe operaia tradita, il fallimento delle sinistre… E ancora le nitide istantanee del suicidio dell’Europa scattate da Pascal Rambert tra gli spari di Sarajevo e i clamori trionfanti dell’Anschluss. Ritratto di famiglia in molti interni di un biancore abbacinante. Uno straniato e straniante Giardino dei ciliegi, inchiodato al cuore del vecchio continente e palpitante del ricordo della Corte dei Papi e dei suoi Mistral impietosi… E ancora la ribalta cangiante e colorata di un improbabile concorso europeo della canzone filosofica, in bilico tra il palcoscenico dell’Ariston e il Kursaal di Lugano. Le emozioni dei cantanti, le discussioni della giuria, gli applausi del pubblico… Il nostro viaggio si è interrotto di colpo lì: domenica 23 febbraio 2020. Dopo, il lockdown. La scioccante scoperta della nostra fragilità. E la non meno spiazzante scoperta della nostra forza. Il ritorno a casa. La reinvenzione del dialogo tra il dentro e il fuori. Tra il pubblico e il privato. Tra natura e cultura. Il teatro (e i suoi lavoratori) messi in forse. L’arte e la rete. Le progettualità “on line” e lo smart working. I conflitti generazionali riesplosi. La didattica a distanza. I concerti/happening serotini al balcone. Un’anomala riscoperta del corpo (e delle sue intimità), quasi distonica. La reinvenzione del dramma borghese (?) e delle antiche tragedie familiari. Inedite critiche al capitalismo. L’enfasi sui valori della solidarietà e l’inevitabile tributo alla dittatura del mercato. La democrazia e il suo vacillare. Il desiderio di (ri-)aprire e la necessità di chiudere. Le speranze, le scaramanzie, i voti e i buoni propositi. Le bugie… Sullo sfondo la sempiterna antitesi vita e morte: ricondotta ad una nuova, brutale ed elementare semplicità, come in una filastrocca ecolalica e un po’ zoppa di Carlo Michelstaedter: «Vita, morte, / la vita nella morte / morte, vita, / la morte nella vita. // Noi col filo / col filo della vita / nostra sorte / filammo a questa morte // E più forte / è il sogno della vita – / se la morte / a vivere ci aita // ma la vita / la vita non è vita / se la morte / la morte è nella vita // e la morte / morte non è finita / se più forte / per lei vive la vita».
Forse, proprio qui, sul finire dell’inverno del 2020, il Novecento, a petto del primo vero evento globale esperito dall’umanità, è davvero finito.
Qui: nello spazio assoluto di un conflitto. Il conflitto tra massa, comunità e individuo. L’io e gli altri. In bilico tra la solitudine insuperabile di chi se ne va e il disperato bisogno di contatto di chi resta.
Quando lunedì 15 giugno – pardon: per noi martedì 16 giugno (il lunedì per i lavoratori dello spettacolo è riposo) – la vita “in presenza” dei palcoscenici è ricominciata, davanti allo sconquasso di un mondo uscito fuori dai suoi cardini, riascoltando Bertolt Brecht e Jacques Copeau, Paolo Grassi e Arianne Mnouchkine, Julian Beck, Judith Malina e Karl Valentin con le loro visioni e i loro rovelli, le loro paure e le loro speranze, la loro fantasia e le loro astuzie, in poche parole con loro mille “storie” di palcoscenico, è dalla funzione pubblica del teatro che abbiamo voluto ripartire per riprendere le nostre attività, per riannodare i fili strappati del tempo e suturare le ferite della storia. Forse mai come nei mesi sordi del lockdown, nel momento stesso in cui siamo stati privati della possibilità di fare comunità, abbiamo infatti capito con tanta chiarezza quanto noi siamo comunità e quanto il teatro – quel teatro che per settimane ci era stato precluso e che per settimane ha potuto vivere solo per sbiadite approssimazioni – poteva essere un luogo generatore di comunità. Un luogo politico nella sua più intima essenza – a prescindere dai gesti e dalle parole in esso agiti e pronunciate. Un luogo di e per tutti. Un luogo per conoscere e riconoscersi, per capire il e per scoprirsi noi. Forse un valore, prima ancora che un servizio. Certo un bene comune in cura alla comunità.
Dalla prima riapertura dei teatri è ormai trascorsa l’intera estate. Tre mesi, per la nostra Fondazione, di creazioni “on air” ed “en plein air” per ricominciare. Tre mesi vorticosi di spettacoli, di dialoghi, di musica e di cinema, tutti tesi a ritrovare il nostro stare nelle cose, a riabitare il dialogo con il pubblico. A rimettere in allenamento i muscoli indeboliti della socialità e della socievolezza. A divagare – ad un tempo – in vigile allerta e in tutta libertà.
Tre mesi densi ed operosi per arrivare ad oggi. Alla sfida forse più difficile e delicata: chiusa questa ulteriore parentesi, cominciare a sperimentare, concretamente, i modi e le forme della nostra normalità – una normalità, crediamo e speriamo, che non può che essere nuova. Sono tanti i dubbi e le incertezze ancora in essere, nutriti da una pandemia che fatica ad allentare la presa. La prudenza è ancora necessaria. L’orizzonte non è privo di incognite. Ma non è soltanto questo il problema. Non possiamo permettere che i mesi che ci siamo lasciati alle spalle siano trascorsi invano. Se non al prezzo di un profondo ed ingiusto tradimento, il patrimonio di conoscenze che si è depositato nei nostri corpi non può non generare adesso schemi inattesi. Non può non sbocciare in soluzioni inopinate per rispondere alla sfida che la realtà (o la natura? o la storia?) ci sta consegnando. Non è solo questione di Covid-19. Con l’emergenza in atto, il «rischio globale» della nostra «società dell’incertezza» ha finalmente preso forma qui ed ora, non decentrato in un remoto “altrove” o rinviato ad un diverso “quando”, e di quel rischio dobbiamo subito farci carico. Nel laboratorio dei mesi a venire si giocheranno, dunque, partite cruciali. Si tratteggeranno possibilità e prospettive per il futuro. Si seminerà il domani. E, volendo evitare un nuovo terribile schianto, la sostenibilità, nelle sue molte sfumature e differenti implicazioni, avrà da essere, evidentemente, presa a misura prima di ogni operare.
Come ERT ha scelto di vivere questo delicato passaggio?
È presto detto.
Nella precisa intenzione di vivere all’unisono con il proprio tempo, l’arco di progettazione della stagione è stato ridotto: non il consueto cartellone annuale, quindi, ma una prima tranche di programmazione spinta fino a gennaio, mentre ferve il cantiere per dar corpo agli spettacoli del secondo quadrimestre (febbraio-maggio).
Un ensemble permanente di attori – arricchito di qualche innesto per scompaginare le fila e rimescolare i sangui e le carte – allo scopo di prospettare nuove regole di ingaggio e nuove strategie di tutela dei lavoratori dello spettacolo ai più diversi livelli, adeguandosi ai modelli organizzativi d’Oltralpe e adattandoli altresì alle nostre peculiarità. Una compagnia stabile pensata per ridefinire la relazione tra una comunità e il suo teatro e per riposizionare il ruolo dell’attore nell’ordito delle nostre società complesse e sfaccettate – guardando sì davanti a noi, senza dimenticare, però, per un verso, l’antica eredità trasmessaci dal passato vivacissimo delle microsocietà capocomicali, per l’altro il lascito del laboratorio del teatro politico degli anni Settanta, specie nella sua variante castriana costruita sulla figura dell’attore come «operatore culturale».
Un sistema di creazioni stanziali, concepite al più per circolare nella rete delle nostre sedi, al fine di contenere gli spostamenti in risposta all’emergenza in atto, ma anche di saggiare la praticabilità e la fecondità di un paradigma repertoriale, strutturato per gruppi di lavoro. Un impianto operativo, quindi, che antepone, in gergo tecnico, la produzione (o coproduzione) all’ospitalità.
Un nucleo artistico in cammino, in sé asincronico e meticcio, generoso e di rara disponibilità, intrecciato di una matassa di storie e percorsi giocati su tempi e spazi differenti, in cui la pedagogia fa tutt’uno con il lavoro, in cui gli artisti associati sono in dialogo fitto e costante con gli artisti ospiti.
Un primo abbozzo di riflessione su nuovi possibili paradigmi di organizzazione della produzione teatrale, per contenere i costi e l’impatto sul contesto.
Un confronto incessante tra saperi, teatrali ma non solo. Un concertato di sguardi e punti di vista interni ed esterni al palcoscenico, per interrogare senza sosta il nostro presente, alla ricerca dei possibili pertugi da cui, da un momento all’altro, potrebbe geminare il nostro domani. «Si dirà che questo è voler complicare le cose? Io non posso che rispondere: le cose sono complicate».
Infine un catalogo corposo, e si spera avvincente, di storie le più varie. Sì perché, se è dalla funzione pubblica del teatro che dobbiamo ripartire, oggi le storie non possono proprio mancare. Che cosa è il palcoscenico, infatti, se non un vivido compendio di apologhi e parabole? Un incubatore fecondo e prodigioso di saghe e fanfaluche. Di frottole e racconti. Un arazzo scintillante di leggende, sapientemente tessute di parole, azioni ed immagini, a metà strada tra la cronaca della quotidianità più disarmante colta in presa diretta dalla vita e il mythos? Già il mythos: perché questo centone di cunti trae la sua forza dal fatto che ogni narrazione è in fondo un titanico sforzo di mettere ordine al mondo – sempre fatalmente votato allo scacco e sempre fatalmente votato a rinnovarsi. Se da millenni le comunità si raccolgono a teatro è anche perché da millenni il dramma, nello spettro più ampio delle sue possibilità – dalla tragedia alla commedia d’intrigo barocca, giù giù fino al dramma paesaggio o all’enciclopedia delle forme postdrammatiche financo le più sospese –, ambisce a ben vedere a spiegarci la realtà, intrecciando trame, disegnando mete, ricercando origini, allineando – insomma – sassolino dopo sassolino, proprio come Pollicino, un atto dopo l’altro, una scena dopo l’altra, un episodio dopo l’altro, i fatti, le impressioni, le emozioni. A questo – tra l’altro – serve dunque lo specchio (e la specola) del teatro: a organizzare l’esistente. A dare una forma, e un senso, alla nostra quotidianità. Mutatis mutandis vale dunque per il palcoscenico e i suoi romanzi teatrali quanto Calvino argomentava circa le sue favole: «Le fiabe sono vere. Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita […]; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e una donna».
Dato l’assunto, la conclusione è pressoché intuitiva. Se le favole (rappresentative) puntano legittimamente a trovare e a proporre una quadra del mondo, mai come oggi il nostro mondo ha bisogno di favole (rappresentative). Dopo il “saltus” degli scorsi mesi, dopo l’abisso che ci si è spalancato sotto i piedi, tra i mille trabocchetti delle nostre giornate, sull’impervio ponte del diavolo che stiamo attraversando, gettato tra il mondo di ieri e quello di domani, per esorcizzare lo spettro della fine, per capire i conflitti tra le generazioni discettando della famiglia e delle sue intime lacerazioni, per mappare la geopolitica di una globalizzazione impazzita, per penetrare l’opacità del quotidiano e del privato, per tracciare i cambiamenti, per interrogare la scienza e i suoi dubbi, per ragionare delle forme di governo e dei rischi cui sono soggetti i sistemi democratici, per saggiare le risorse del linguaggio e dei linguaggi, abbiamo bisogno di ipotesi – per quanto precarie –, abbiamo bisogno di rotte – per quanto incerte –, abbiamo bisogno di stelle polari – per quanto tremolanti. Abbiamo bisogno, insomma, di storie.

Una volta, c’era… c’era una volta…
Per ritornare, in ultimo, alla vexatissima quaestio che da Dürrenmatt in poi affligge chiunque oggi si accinga ad affrontare la pratica teatrale, potremmo dire (a un dipresso) che il mondo contemporaneo è rappresentabile attraverso il teatro, solo a patto che se ne assuma, radicalmente, il cambiamento radicale tuffandosi a testa prima nei suoi gorghi e affidandosi per la navigazione a favole, magari sghembe, dismesse, scasciate, rotte o mal impeciate, ma pur sempre favole. Consegnate alla loro ineffabile leggerezza. Vibranti del loro feroce divertimento.
C’era una volta… Una volta, c’era…
in un villaggio una bambina dal cappotto rosso, / There is no planet B! Capitalism kills our future!
in una bella capanna un mago, / Shrimp should be pink BP!!
in un mondo di mirabilie una fanciulla con un coniglio bianco, / No more deportations!
in una bottega da falegname un pezzo di legno / Like me!
e nella foresta di Sherwood un prode arciere… / Abuse of power comes as no surprise!

Piccolo codicillo a mo’ di post scriptum
Un grazie sincero a tutte le amiche e a tutti gli amici di ERT Fondazione, per le infinite discussioni di questi mesi (su Teams, Zoom, StreamYard, al telefono in multichiamata, ma anche in presenza), alle ore più improbabili del giorno e della notte (e quando dico improbabili, garantisco che sono davvero improbabili…). Tra accessi di euforie e disperazioni cosmiche. Da loro e con loro sono nate queste riflessioni. E questa stagione.
Ogni (vero) teatro è… un’avventura di vita.

 

Claudio Longhi
Direttore Emilia Romagna Teatro Fondazione