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Linea - collana editoriale

Di tratto in tratto a farsi una “linea”

Quest’avventura libresca, a voler esser rispettosa di una sorta di regola del teatro, nasce da un piacevole paradosso. Perché ogni libro che la compone è in realtà uno spettacolo, riportato a una condizione altra, meravigliosamente traditrice, ossia alla forma-scrittura letteraria. Un piccolo peccato d’origine, questo, condiviso di certo con molti altri progetti editoriali, che oggi, caparbi e coraggiosi, cercano di tradurre nella fissità-estraneità dell’oggetto libro quel magma che è l’arte performativa, con le sue «azioni» che «scatenano reazioni fisiologiche, emozionali, energetiche e motorie, che, a loro volta, spingono a ulteriori azioni» (E. Ficher-Lichte, 2004).
Questa è parte della sfida che sottende la collana Linea, pensata da Luca Sossella Editore ed Emilia Romagna Teatro Fondazione. Ognuno dei volumi che la compongono nasce in rapporto a una particolare messa in scena. Anzi, perlopiù si tratta del precipitato, in parole, interpunzioni e spazi vuoti, di qualcosa scaturito dal corpo di attori, dall’immaginazione e dallo sguardo di registi e drammaturghi, dal tempo lento delle prove, nello spazio segnato di una sala e di un momento. Molte sono dunque “drammaturgie consuntive” (cfr. S. Ferrone, 1994), trascrizioni infedeli e appassionate, deposito di tracce di processi creativi avvenuti altrove e destinati a bruciarsi nell’effimero della performance. Capita comunque che qualche testualità più “pura” spunti, ma anche in tali casi c’è un debito da pagare verso il luogo scenico e le sue specificità. E il debito non è altro che la giusta distanza, quel tradurre-tradire nella forma libro la “condizione-performance”. È cercare, nell’atto del codificare letterariamente, ciò che è proprio del testo stampato da ciò che è proprio dell’azione e voce scenica. La scelta operata con questa Linea è così, nel suo piccolo, proprio quella di mostrare della parola scenica, della «voce» che «ti fa il mondo» (E. Sanguineti, 1971), la sua peculiare valenza. C’è forse il tentativo concreto, in nessun modo sistematico perché dettato dalle diverse occorrenze della genesi di spettacoli, di passare dal piano dell’estetica (αίσθησις/percezione) del performativo a quello della realizzazione di poetiche (ποιήσεις/produzioni) letterarie. Ogni drammaturgia qui presentata non vuole altro che essere il segno, ambiguo, di uno spettacolo che è stato e che può nuovamente essere.
Però, a tenere assieme i testi di Linea non è soltanto il loro porsi come seconda vita di una serie di spettacoli. A legarli non c’è esclusivamente la loro natura di drammaturgie fondate su una parola che, pur nascendo dalla carne, ancora possa farsi generatrice di chiare e complesse metafore. A unire idealmente ognuno di questi volumetti sta la specificità di un percorso artistico intrapreso da Emilia Romagna Teatro Fondazione per il triennio 2018-2020 e ideato dal suo direttore Claudio Longhi. C’è il desiderio di dare corso a un teatro capace di confrontarsi con i nostri «tempi interessanti» (S. Žižek, 2011), ricchi di novità e di rivolgimenti, desiderosi di cambiamento e minacciati dallo spettro di diverse catastrofi, di parlare con il nostro presente iper-tecnologico e globalizzato, ostentatamente disorientante, felice di aver ucciso la storia e sgomento al riemergere dell’utopia. Un tempo che si muove, all’apparenza, sulla superficie degli eventi, che si lascia sedurre dalla varietà delle situazioni (agite direttamente o esperite in altra maniera) e che pare eviti l’impresa temibile di penetrare a fondo la realtà per tentare di comprenderla e migliorarla.
Ecco dunque la follia del titolo, la Linea, che si vuole però intendere e praticare in fieri, come un qualcosa da tracciare, spettacolo dopo spettacolo, drammaturgia dopo drammaturgia, alla ricerca, nell’articolazione delle singole proposte, di angoli nuovi da cui guardare la realtà. Ogni volume è così un segno, un tratto di penna su cui soffermarsi un istante, per provare insieme a costruirci una traiettoria capace di farci sfiorare, per qualche attimo, l’oggi.

Giacomo Pedini

 

  
I volumi sono acquistabili in teatro durante le repliche degli omonimi spettacoli 

I volumi:

Gioie e dolori nella vita delle giraffe

Steso nel 2011 dal regista e scrittore Tiago Rodrigues (1977), Tristezas e alegrias na vida das girafas è una “favola”, straniata e straniante, dove ci si diverte a far cozzare gli opposti, in un ricco gioco di scarti e choc narrativi e di registro linguistico. Una bambina di nove anni detta “giraffa”, un po’ pedante e un po’ alta per la sua età, «un peluche-Judy Garland dedito al turpiloquio», un «legnoso e burocratico, e tristemente reale, primo ministro Pedro Passos Coelho» sono solo tre delle figure che compongono questa «scena teatrale di formazione», fatta di continui contrasti, dissonanze e sorprese.

Il giorno di un Dio

A cinquecento anni dal leggendario 31 ottobre 1517, in cui si favoleggia dell’affissione di 95 tesi contro le indulgenze papali da parte di Martin Lutero, il drammaturgo e regista Cesare Lievi ha immaginato di tornare a quella vicenda, nodale per la nostra storia, per mezzo di due gruppi di personaggi d’oggi, italiani e tedeschi. Ognuno di loro è chiamato a riattraversare i dilemmi che hanno dilaniato Lutero e lo hanno spinto ad agire. Tutti sono alle prese con la ricerca di un ricordo, vivo o morto, delle ragioni di quella grande “protesta” che spaccò l’Europa di allora.

La classe operaia va in paradiso

All’uscita nelle sale cinematografiche nel 1971 il film di Elio Petri riuscì nella difficile impresa di mettere d’accordo gli opposti. Industriali, sindacalisti, studenti e giovani intellettuali gauchistes, nonché alcuni dei critici cinematografici più impegnati dell’epoca, si ritrovarono raccolti in uno strano fronte comune. Qualcuno non mancò addirittura di invocare il rogo della pellicola. Costruito attorno all’opera di Elio Petri e Ugo Pirro, ai materiali che testimoniano la genesi e la ricezione del film, nonché attingendo a frammenti della letteratura italiana degli anni ’60 e ’70, ricomposti in una nuova tessitura drammaturgica dallo scrittore Paolo Di Paolo, il copione conserva lo sguardo scandaloso ed “eterodosso” del lavoro di Petri per provare a riflettere sulla recente storia del nostro Paese, con le sue ritornanti accensioni utopiche e i suoi successivi bruschi risvegli.

Li buffoni

Nanni Garella prosegue il suo lavoro con gli attori di Arte e Salute e lo fa con una scelta significativa, confrontandosi con la Commedia dell’Arte. Li buffoni è una commedia stralunata, strampalata, scritta nel ’600 da Margherita Costa – cantante, attrice, letterata e cortigiana romana. È un canovaccio certamente nato dapprima sulle scene, poi trascritto dall’autrice in una molteplicità di lingue – o meglio in vari accenti stranieri dati alla lingua italiana: una trama scarna, arricchita dai virtuosismi degli attori, che creano un panorama di personaggi “buffi, storti, nani, gobbi, scimuniti”, come li definisce la stessa Costa. Arte e Salute prende spunto da questo canovaccio dimenticato per quattro secoli e ne trae una commedia “strana” e “straniera”, almeno quanto la vita dei nostri giorni.

Il giardino dei ciliegi. Trent’anni di felicità in comodato d’uso

Anton Cechov immagina che il ventidue di agosto di un anno imprecisato di fine Ottocento il giardino dei ciliegi di Ljuba e Gaev, proprietari terrieri nella Russia prerivoluzionaria, vada all’asta per debiti insieme alla loro casa. Nel 2016 il gruppo Kepler-452 decide di mettere in scena Il giardino dei ciliegi di Anton Cechov e spinti dal principio di piacere cominciano a cercare quali siano intorno a loro i “giardini dei ciliegi”, provando a trovarli nelle pieghe di Bologna, la loro città. L’incontro con Giuliano e Annalisa Bianchi, che per trent’anni hanno vissuto in una casa colonica concessa in comodato d’uso gratuito dal Comune nella periferia di Bologna, ha cambiato definitivamente il corso delle prove e, inaspettatamente, delle vite del gruppo.

Work in Progress

Lo spettacolo Work in Progress, scritto e diretto da Gianina Cărbunariu, mette al centro il tema del lavoro. Il titolo, nel senso di “lavoro che si caratterizza e arricchisce per il continuo apporto di dati ed esperienze nuove”, e non tanto genericamente di “lavori in corso”, rispecchia non solo il carattere liquido, per dirla con Baumann, della società contemporanea, in continuo cambiamento e rapidissima evoluzione (molto spesso in bilico e sull’orlo della crisi), ma anche il vero e proprio modus operandi che ha portato alla messinscena.

Lettere a Nour

Lettere a Nour è l’adattamento teatrale di un testo apparso nell’ottobre 2016 in Francia. Il titolo è la domanda di un padre che scopre la partenza della figlia per l’Iraq per raggiungere lo Stato Islamico. Attraverso uno scambio epistolare immaginario tra un anonimo padre, professore universitario di fede musulmana, e la figlia Nour, termine che in arabo significa “luce”, prendono corpo la nostra ricerca di senso, le nostre domande sul rapporto con l’Altro, tra i conflitti e le tensioni del presente.

Riccardo3

Lo spettacolo inizia, un uomo si sveglia da un lungo sonno. È seduto su quello che dovrebbe essere un trono. Ma intorno tutto è bianco e verde acido, ricorda molto da vicino la stanza di un ospedale: un letto, una sedia a rotelle, un grande specchio. Forse addirittura siamo all’interno di un ospedale psichiatrico. Peggio: un manicomio criminale. O forse il manicomio è dentro la testa dell’uomo. Mentre si rivive la vicenda di Riccardo di Gloucester – il malvagio più malvagio ma al tempo stesso più terribilmente simpatico mai creato dal genio umano – e dei suoi omicidi seriali, di tanto in tanto, la vita ospedaliera si mescola alla finzione. Tra un omicidio, una risata, un funerale e una pausa, la commedia va avanti fino alla sua conclusione naturale. O quasi.

Aristotele invita Velázquez a colazione e gli prepara uova e (Francis) Bacon

Testo nato nell’ambito del progetto “Classroom Plays”, il cui obiettivo è portare davanti agli alunni delle scuole superiori spettacoli di piccolo formato, basati su argomenti di carattere filosofico affrontati nel corso del programma scolastico. Il linguaggio utilizzato nel testo mescola un registro alto, ricco di termini appartenenti al vocabolario della filosofia, dell’arte e della letteratura, con un registro basso, spesso anche scurrile, ma schietto, immediato, vicino al pubblico: il senso di questa operazione drammaturgica è quello di cercare di trasmettere contenuti molto complessi attraverso una forma più riconoscibile, assimilabile e godibile.

Quasi niente

Si arriva al punto di sognare un disastro, un’esplosione «per godere della bellezza indescrivibile di una fitta, una sconfitta finalmente alta, da film. Da apocalisse. Da rovina». Perché il dolore di cui parlano non è un male acuto, ma sordo, il dolore di non sentire niente e di desiderare di sentire tantissimo, come una nostalgia di passione, di poter essere finalmente travolti dall’oblio, dalla felicità, di poter essere toccati, stravolti, rivoltati dall’altro, di poter uscire fuori dal proprio pensarsi, aggiustarsi, per respirare fuori di sé. Prendersi un po’ di pace. Essere e basta.

Per il tuo bene

Il ritorno a casa di un figlio. Tragicomici meccanismi familiari che si ripresentano, puntuali. Ad accogliere il rientrante sempre le stesse figure, forse un po’ invecchiate: madri, padri, fratelli, zii, nonni, tutti avvolti nel cellophane, come se il tempo non fosse passato. Ma a volte, sotto il velo, si può scoprire che le cose stanno cambiando, anche lì, in quel piccolo universo di coccole e sensi di colpa, così stretto e inaccessibile al mondo, che è la famiglia. Qualcosa d’altro si muove, al di là dalle recriminazioni delle madri, delle colpe dei fratelli, delle battute degli zii, oltre le situazioni solite, intrise di quel misto di humor e cattiveria che è il vero sapore della famiglia.

When the Rain Stops Falling

Questa è la storia delle famiglie Law e York: quattro generazioni di padri e figli, delle loro madri e mogli. Quasi un romanzo teatrale intimo e distopico che Bovell disegna con un’affascinante struttura drammaturgica, dove i diversi fili narrativi, il graduale sovrapporsi delle temporalità (dal 2039 al 1959 – andata e ritorno) e l’incrocio dei destini delle quattro generazioni, raccontano una corrispondenza così profonda tra le esperienze di ognuno da suggerire che negli alberi genealogici non vi siano ‘scritti’ solo i nomi dei protagonisti, ma anche i comportamenti, le inclinazioni, i desideri e gli errori.

Teatro. Australia

Tre drammaturgie, per due scrittrici e uno scrittore dalla scena australiana di oggi. Una finestra alla scoperta di una geografia teatrale distante e ricca, per soluzioni linguistiche e per le diverse tensioni che la attraversano. La matematica del desiderio (2018) di Suzie Miller, un raffinato gioco combinatorio sulle codificazioni del reale, Black is the New White (2017) di Nakkiah Lui, commedia drammatica intorno alle complicate relazioni interculturali e il dolce e dolente dialogo E mai più ci separeremo (2011) di Tom Holloway.

Menelao

Guarda Menelao. Ha tutto: salute, denaro, una donna bellissima, una grande casa con giardino, palestra, jacuzzi, due auto e ogni sera quando torna si trova la cena pronta in cucina. Cosa può volere di più un uomo dalla vita? Non gli manca niente, e come tutti i mortali a cui non manca niente ha un cervello che gli crea problemi. È infelice e non sa perché. E invece di vivere in pace e senza troppi pensieri, si sforza di trovare una ragione. Vuole risolvere un problema che non esiste, e cercando la soluzione genera il problema.

Teatro. Grecia

Tre drammaturgie, tre sguardi sulla Grecia contemporanea. Seconda finestra aperta su “altre” geografie della scena, ora alla scoperta del paradossale paesaggio ellenico di oggi. Un paese che, dalla crisi del 2010, pur se privato di risorse, ha continuato con caparbietà a immaginare e creare teatro, finendo per vedere i suoi spettacoli affermarsi sulle scene mondiali. Seme selvaggio (2013) di Yannis Tsiros, racconto, dalla forza tragica, della quotidianità, L’evocazione del fascino (2014) di Yannis Mavritsakis, processo magico da cui emerge il fondo crudele della realtà, e Metodi rivoluzionari per pulire la vostra piscina di Alexandra K*, rivelazione del 2018, dove un piccolo fatto di ogni giorno fa esplodere i diversi conflitti (generazionali, economici, politici) che attraversano ora la Grecia.