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Invettiva inopportuna

A proposito di questo spettacolo

presso il DOM la cupola del Pilastro

In scena un uomo solo, al centro di una complessa struttura di carrucole e corde tra le quali cerca di districarsi faticosamente.
L’uomo, in piedi, tiene in mano un foglio consunto, e con una gestualità incerta e nervosa lo apre e lo richiude più volte, cercando di leggere ciò che c’è scritto, senza riuscirvi.

Il suo volto è coperto, inscrutabile allo sguardo.

Mentre le luci a poco a poco chiariscono la complessità del reticolo – due chilometri di corde che si configurano come groviglio di impedimenti, un paesaggio impervio che ostacola ogni movimento – l’uomo tenta più volte, inutilmente, di liberarsi.
Lotta contro il mondo che lo ospita, che lui stesso ha costruito con gli strumenti del teatro.
I suoi gesti provocano suoni netti, a volte assordanti, a volte assonanti. Sono suoni precisi ma non sempre governabili.
L’installazione teatrale appare come un unico grande corpo sonoro, in cui le corde, il corpo dell’attore e lo spazio vibrano all’unisono.
L’uomo, muovendosi da un punto all’altro sulla scena, tira, sfila, strattona le corde fino a fare crollare la grandiosa costruzione.

Lo spettacolo si basa sul desiderio di restituire al pubblico un pensiero sulla funzione dell’arte che non si rassegna ad essere uno strumento consolatorio ma si ostina ad essere un dono complesso, disarticolato, improduttivo.

Parte integrante dello spettacolo è un dispositivo scenico, “prologo” alla rappresentazione, che accoglie gli spettatori: è tutto qui.
Si tratta di un’opera installativa costituita da un grande anello di metallo, su cui è collocata la scritta luminosa il teatro valorizza gli imprevisti. Il dispositivo scenico è azionato da un motore che induce un movimento circolare crescente all’anello fino a rendere illeggibile il messaggio.
Il meccanismo si propone di alterare la percezione visiva delle lettere luminose che compongono la frase, allo scopo di impedirne la lettura, suscitando una sorta di sospensione del pensiero e permettendo all’osservatore di entrare in una dimensione più giocosa e ipnotica. Un meccanismo che allo stesso modo, sottolinea la sfida che soggiace, implicitamente, nel fare teatro.

Una riflessione di Claudio Meldolesi, scelta da Del Zozzo per ricordare il pensiero dello studioso: il teatro è la valorizzazione dell’imprevisto, con in più un po’ di scaltrezza. Tanta scaltrezza, altrimenti l’attore non sarebbe capace di richiamo. Ma anzitutto la sincerità, la volontà di andare oltre ogni sfera delimitata: di esserci come umanità oltre le dimensioni del tragico e dello stesso piacere del riso (intervento in occasione della presentazione del libro “Tragedia e fiaba. Il teatro di Laminarie 1994- 2008” presso La Soffitta – Università di Bologna, nell’ambito di “Il teatro dei libri”, maggio 2008).

 

Dati artistici

regia, ideazione scene, luci e audio Febo Del Zozzo
drammaturgia Bruna Gambarelli
testi Matteo Marchesini

consulenza tecnica Matteo Braschi
tecnico Riccardo Uguzzoni
assistente di produzione Perla Degli Esposti
cura e organizzazione Marcella Loconte
produzione Laminarie
in co-produzione con ERT / Teatro Nazionale 

foto di Elisa Derrico

una produzione di Invettiva inopportuna • Produzione Emilia Romagna Teatro